Panorama.it

Dal 2009 al 2011 ho scritto per il sito di Panorama recensioni e articoli su mostre, libri, eventi relativio al mondo della fotografia. In questa pagina la trascrizione di alcune.

 


Raccolta degli articoli usciti su Panorama

 

 

Alcuni servizi pubblicati su Panorama.it:

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Steve McCurry e la Gioconda dagli occhi verdi

Il celebre fotografo della Magnum che ha girato il mondo per raccontare guerre e povertà espone le sue immagini più belle a Milano.

Pochi capelli, basso, giacca Principe di Galles marrone, camicia azzurra. Steve McCurry somiglia più a un ragioniere di Philadelphia, sua città natale, che a un fotografo della Magnum abituato a girare il mondo per raccontare guerre, tragedie, povertà, dolore. Lo incontriamo a Milano al Palazzo della Ragione, dove fino al 31 gennaio 2010 sarà possibile vedere 240 sue fotografie.

Steve parla con tutti, firma autografi, posa davanti alle sue immagini. Tutte a colori. “Il mondo è a colori” dice “almeno io lo vedo così. E poi potrei sempre trasformarle dopo in bianco e nero, ma finora non ne ho mai avuto voglia”.

Le fotografie sono sospese in aria con l’aiuto di robusti cavi d’acciaio. Una sapiente illuminazione rende ancor più saturi i colori delle immagini. Donne indiane, monaci, bambini tibetani, l’Afghanistan, la Birmania, il crollo delle Twin Towers fotografato dalla finestra del suo studio. E poi la sua immagine più famosa, Sharbat Gula, la bambina afgana dagli occhi verdi. Apparve nella copertina del National Geographic nel giugno 1985 e diventò subito un’icona della fotografia contemporanea.

Qualcuno si chiede se il merito di quell’immagine sia dovuto alla bravura del fotografo o all’intensità dello sguardo. Una ragazza osa chiederglielo. “Quella foto avrebbe potuto farla chiunque, bastava esserci?”. Lui si guarda attorno, continua a firmare autografi, finge di non capire: “Emozionano la sua bellezza, i suoi occhi, il suo mistero.” Usa il termine “haunted”, abitato da fantasmi.

Certo è che nel 2002, 15 anni dopo, Steve è tornato in Afghanistan per cercare quella ragazza ormai trentenne. L’ha fotografata di nuovo e, malgrado il viso raccontasse anni di orrori, fame e sofferenza, gli occhi avevano la stessa intensità di allora. Forse Sharbat è come la Gioconda, pochi sanno dire perché, ma tutti ne sono stregati.

marcello mencarini / panorama.it del 16.11.2009

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Rino Barillari, “Er King” dei paparazzi: “per me privacy vuol dire provaci”

Una vita spesa in favore del fotogiornalismo d’assalto. “Non ci sono più star. Oggi durano due, tre anni e poi non li ricorda più nessuno”…

Due mostre fotografiche, una a Lucca e l’altra a Gerusalemme, hanno celebrato Rino Barillari , il re dei paparazzi. “Er King” come lo chiamano a Roma, dove vive.

Oggi responsabile dell’Ufficio Fotografico de “Il Messaggero”, Rino continua a presidiare le serate romane come imparò a fare negli anni della Dolce Vita.

Incontrarlo è facile. Quasi tutte le sere perlustra il “triangolo delle bevute”, come lui definisce l’incrocio tra via Santa Maria dell’Anima, via del Teatro della Pace e via del Fico, a pochi metri da piazza Navona dove ha casa e studio.

Giacca di ordinanza, di quelle che vanno bene per entrare in qualsiasi locale, cravatta in tasca perché non si sa mai, Nikon o Leica al collo e un ciondolo d’oro con il suo grido di battaglia: “La guerra è guerra”. Lo abbiamo intervistato.

Come è cambiato il lavoro del paparazzo?

La verità è che sono cambiati i personaggi. Non ci sono più star come Liz Taylor, Ingrid Bergman, Brigitte Bardot, Ava Gardner.
Oggi durano due, tre anni e poi non li ricorda più nessuno. Pensa a Scamarcio , sarebbe potuto diventare un grande personaggio. Avrebbe potuto avere l’America nelle sue mani. Ma chi vuoi che diventi se rimane in Italia? Stessa cosa Raoul Bova , qui al massimo gli fanno fare il poliziotto nelle fiction.

Ci racconti come hai iniziato?

Sono nato nel 1945 in Calabria, a Limbadi. Aiutavo mio zio che proiettava film nelle arene. Io mettevo i dischi prima dello spettacolo e intanto mi appassionavo al cinema e agli attori. Poi a 14 anni, non ce la facevo più. Volevo uscire da quell’ambiente. Scappai da casa, presi un treno – terza classe – e arrivai a Roma.
Trovai lavoro a Fontana di Trevi, mi sembrava Hollywood. Fu il mio ingresso ufficiale nel mondo della fotografia. Aiutavo gli scattini che facevano le foto ricordo ai turisti. Venivo pagato per fermare la gente che passava in modo che l’immagine fosse pulita, senza estranei: il turista in primo piano e dietro il Nettuno della fontana.

Come hai cominciato a fotografare?

Guardando gli altri capii che non era difficile. Loro usavano la Rollei con il flash. Messa a fuoco a tre metri, diaframma 11 e scattavano. Poi scrivevano su un blocchetto formato e numero di copie. E io la notte le portavo – 10 lire a consegna – negli alberghi dove dormivano i turisti.
Ogni tanto mi capitava di incontrare i personaggi del cinema e impazzivo. Così comprai una macchina fotografica a Porta Portese. Era una Comet Bencini. Scattavo e poi andavo all’Associated Press, all’UPI o all’Ansa e mi vendevo i negativi. Sviluppavo da loro, perché ancora non avevo un ufficio. Sceglievano lo scatto e mi pagavano. Settecentocinquanta lire, a volte 1500, altre 2500. Dipendeva dall’importanza della foto. Guadagnavo poco, ma imparavo.

Come sei diventato famoso?
Fu la rissa con Peter O’Toole a via Veneto. Mi spaccò un orecchio. Io ero minorenne. Intervenne mio padre che lo denunciò. Era il ‘63, ne parlarono tutti.

Tu hai avuto molti scontri con i personaggi. Vanti un pedigree con 76 macchine fracassate, 11 costole rotte, 162 ricoveri al pronto soccorso. È necessario?

Sono le fotografie che si vendono meglio. A nessuno interessano le foto tranquille, un’attrice che fa shopping o che passeggia.
Bisogna far incazzare il personaggio in modo da avere foto diverse, movimentate. Negli anni ’60 avevamo inventato una tecnica. Dovevi andargli sotto con il flash e spararglielo in faccia. A lui facevano male gli occhi e si copriva il viso. Sembrava che volesse nascondersi. Allora era scoop.
Spesso poi con i personaggi ti mettevi d’accordo. Fingevano di tirarti una sedia, un bicchiere pieno di vino. Tutto per creare immagini più movimentate.

Anche oggi funziona così?

Oggi no. Al fotografo non conviene farsi riconoscere. Se incontro Fini con la Tulliani e lui si accorge che lo fotografo, poi farà in modo che io non entri mai più nei locali dove passa le serate. Oggi le foto si fanno con il teleobbiettivo.
Allora erano loro stessi che volevano apparire. Non si facevano proteggere da scorte e guardie del corpo. Il paparazzo non era considerato un nemico.
Incontravi re, regine, presidenti che camminavano per strada. Sapevano che li avremmo fotografati e stavano al gioco. Le donne uscivano verso le sei del pomeriggio perché avevano capito che quella luce avrebbe esaltato la loro bellezza. A volte, per farci scattare immagini più interessanti, fingevano di scivolare o davano l’elemosina a favore della macchina.

Usi Photoshop?

No. I personaggi devi farli vedere come sono. Non puoi farli sembrare belli e giovani se non lo sono più.

Fabrizio Corona è un tuo collega?

Lo conosco e lo rispetto, ma non è un mio collega. Il mio modo di lavorare è diverso. Per me il personaggio è un mio parente. Uno di famiglia. Io so tutto di lui, anche se a volte non rivelo tutto.
E così, durante l’anno, anziché fare un servizio ne faccio cinque, sei. Se lo distruggi con una foto, poi non lavori più.

Cosa pensi della privacy?

Per me privacy vuol dire provaci. È solo una questione di money. Perché quando sono gli stessi personaggi a vendere memoriali e servizi va bene e quando lo faccio io no? Money, money e money.
Comunque adesso cerco di stare in campana. Ho già due processi all’Ordine dei Giornalisti perché ho fotografato dei minori. So che non si può fare, ma io credo che nei fatti di cronaca il pubblico debba vedere tutto. Anche se si tratta di minori.

Gisèle Freund in “Fotografia e società”, ha scritto che i paparazzi sono “una razza di fotografi le cui gesta deprezzano ancora di più il mestiere”. Cosa ne pensi?

Falso. Io credo che il paparazzo sia l’unico in grado di raccontare la storia. Più dei giornalisti che scrivono. La fotografia di cronaca è la storia di un Paese. Ho delle fotografie che sono state pubblicate in tutto il mondo e anche se le ho scattate io appartengono a tutti. Alla storia appunto.

Quindi una foto di cronaca “vale” più di un ritratto?

Certo. Il ritratto è finzione. Una quarantenne puoi truccarla e farla sembrare una ventenne. La cronaca non mente, registra un momento. È storia.
Nei servizi posati fatti a casa tutti sembrano belli. Chi finge di lavare i piatti, di scrivere o di rilassarsi sul divano, chi cucina, chi stira… Tutto finto, fiction.
La gente vuole conoscere la vita vera dei personaggi famosi. Con chi stanno, dove vanno in vacanza, quali locali frequentano. Per fotografarli in queste situazioni ci vuole la sorpresa, surprise…

Come riesci a sapere che un attore sta cenando in un certo ristorante o che una velina ha un nuovo fidanzato? Ti aiutano i portieri d’albergo, i ristoratori, i tassisti?

È la gente che mi chiama. La gente comune. Oggi con i telefonini sono tutti paparazzi.
Quando vedono qualcuno che a loro sembra interessante, mi telefonano o mi mandano un sms. Ho dato migliaia di biglietti da visita e loro mi chiamano, si sentono anche loro reporter.

Cosa consigli a un giovane che vuol fare il paparazzo?

Come prima cosa di iscriversi a una scuola di fototogiornalismo perché il paparazzo è un giornalista. Ma, soprattutto, gli consiglio di dedicare il maggior tempo possibile al lavoro.
Un paparazzo non può avere una moglie che gli chiede di accompagnarla in clinica o dalla madre. Un buon paparazzo deve stare da solo, deve essere sereno e tranquillo. Io adesso ho una compagna, ma viviamo ognuno a casa propria e ci vediamo solo il fine settimana.

marcello mencarini / panorama.it del 30.08.2010

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Lo sguardo libero di Adriana Faranda, fotografa.

“La militanza politica è castrante”. Adriana Caranda, autrice del libro “Il volo della farfalla” e in mostra a Sutri fino al 10 ottobre, crede che il vero fotografo debba essere libero. L’abbiamo intervistata…

Chi ha fatto la richiesta cominci a prepararsi, alle cinque arriverà il fotografo… Chi ha fatto la richiesta cominci a prepararsi, alle cinque arriverà il fotografo… La guardia se ne andava su e giù per il ballatoio.”

Adriana Faranda ha sempre avuto una grande passione per la fotografia. E nel “Volo della farfalla” , il libro dove racconta la sua storia e da cui sono tratte queste righe , non manca il personaggio del fotografo.

Oggi Adriana è un’artista digitale e fino al 10 ottobre, alla Galleria Irtus a Sutri, sarà possibile visitare la sua mostra Curve di transizione, una serie di immagini fotografiche realizzate al computer.

L’abbiamo intervistata.

“Ho amato la fotografia da quando ero ragazza. Allora era un amore frustrato perché non avevo mai i soldi per comprare una macchina fotografica decente. Poi, quando ho conosciuto Gerald Bruneau – un ritrattista francese che oggi vive in Italia – mi sono riappassionata. All’inizio lo accompagnavo quando lavorava, mi occupavo delle luci e scattavo qualche immagine in bianco e nero. Facevo anche servizi da sola per Sette, il magazine del Corriere.

Purtroppo il peso dell’attrezzatura mi obbligò a smettere dopo poco tempo. Così decisi di dedicarmi alla postproduzione e scoprii la digital art. Cominciai a sperimentare e rimasi affascinata dalla possibilità di unire fotografia e pittura. Anche questa mostra è fatta di immagini costruite al computer, usando come base i ritratti di Gerald: Pavarotti, Warhol, Mastroianni, Bertolucci…”

Bruneau è accanto a lei. affettuoso e premuroso. Le ricorda che anche il loro incontro ha avuto a che fare con la fotografia. Chiedo a Adriana di raccontarmelo.

“Nel ’95, quando tornai a essere una libera cittadina, Gerald mi propose di fare una serie di fotografie destinate ai giornali. Conoscevo il suo nome e accettai di incontrarlo, ma non gli permisi di scattare.

Non ho mai amato essere fotografata, meno che mai nei periodi delicati e stressati della mia vita come era quello. Lui continuò a chiamarmi. Ci incontravamo, parlavamo, ma niente foto. Nacque un’amicizia che poi diventò una storia d’amore.”

Ancora una domanda, quasi obbligatoria. Fotografia e militanza…

“Non amo più il termine militanza. Preferisco parlare di impegno. L’impegno è soggettivo e prevede una scelta quotidiana. La militanza politica è soffocante, castrante.

È troppo riduttiva rispetto a quello che deve essere uno sguardo d’artista. Lo sguardo dell’artista deve essere in continuo divenire e sganciato da qualsiasi organicità, in particolare quella degli intellettuali “organici” di passata memoria. Soprattutto dev’essere assolutamente libero.”

Il tuo lo è?

“L’illusione c’è, anche se la libertà intellettuale è un traguardo impossibile da raggiungere. Comunque è fondamentale cercare di conquistare spazi di visuale sempre più ampi e spostare in continuazione lo sguardo per non vedere le cose sempre dalla stessa angolatura.”

marcello mencarini / panorama.it del 04.10.2010

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Photoshop e l’arte del “tarocco”. Talmente falso da essere vero.

A vent’anni dal suo lancio, il software di fotoritocco più famoso al mondo non conosce declino. E tra polemiche e anatemi è diventanto un modo nuovo di rappresentare la realtà. Esagerando?

Quando nel 1987 in un seminterrato di Ann Arbor, nel Michigan, i fratelli Thomas e John Knoll crearono Photoshop , che allora si chiamava Display, non pensavano sicuramente che il loro software avrebbe cambiato il modo di creare e percepire le immagini.

Non lo pensavano neppure gli ingegneri della Apple , né le tante aziende della Silicon Valley che rifiutarono il prodotto. E forse tanto successo non se lo aspettava neppure Russell Brown, il direttore creativo della Adobe che nel 1990 ne acquistò la licenza e decise di distribuirlo.

Oggi a vent’anni di distanza Photoshop, con 10 milioni di utenti, è il programma di fotoritocco più venduto al mondo.

Quasi tutte le immagini che vediamo nei giornali, nella pubblicità, nei libri, nel web, al cinema sono passate attraverso questo software. A volte per schiarire un’ombra, rendere uno sguardo più luminoso, un colore più intenso. Altre volte per interventi radicali come far sparire una persona da una foto, aggiungerne un’altra o rendere più magro il corpo di una modella.

«Soprattutto nella pubblicità – dice Barbara Pinnetti , una professionista del fotoritocco – ormai le immagini sono quasi sempre composte da diverse foto assemblate tra loro. E presto, grazie ai programmi 3D, si potrà anche fare a meno della ripresa fotografica tradizionale. Quella che oggi chiamiamo postproduzione diventerà, sempre di più, la vera produzione delle immagini».

Anche i fotografi che lavorano per i giornali raccontano che attori, cantanti e veline varie non si lasciano più fotografare, se non hanno la certezza che le immagini saranno “aggiustate” al computer. Ormai i miracoli che si possono fare con Photoshop li conoscono tutti e tutti vogliono essere belli, espressivi, giovani.

«Photoshop mi irrita perché rende tutti uguali – dice Grazia Neri, fondatrice dell’omonima agenzia – così come mi irrita chi si sottopone a interventi di chirurgia plastica. Ma ben venga l’uso di Photoshop in modo innocuo, creativo. Se un fotografo toglie un brutto sasso da un prato verde non ho niente da dire. Non capisco dov’è l’inganno. Cosa cambia se uno il sasso lo toglie mentre sta fotografando o dopo?».

Gianni Berengo Gardin, il più conosciuto fotografo italiano, attacca invece con violenza il fotoritocco digitale. «Odio l’uso che molti, quasi tutti, fanno di Photoshop. Odio il “taroccamento” e la falsificazione della fotografia. Oggi non sai mai se quello che vedi in una foto è quello che ha visto il fotografo o se è tutto inventato. E questo è molto pericoloso. Soprattutto per l’informazione. Non protesterei se i giornali usassero un marchio, un segno, qualcosa che dica che la foto è stata elaborata».

È vero, le foto costruite andrebbero segnalate, ma il “taroccamento” non lo ha certo introdotto Photoshop. Quando si stampava con l’ingranditore, di falsi se ne facevano eccome.

D’altra parte la scelta di un obiettivo, l’inquadratura che esclude alcuni particolari della scena, il punto di ripresa, non sono elementi che aiutano a descrivere la realtà o, meglio ancora, che permettono al fotografo di raccontare la realtà come lui la percepisce? E le foto in studio, l’uso sapiente delle luci, i filtri sugli obiettivi per ammorbidire le rughe?

Perché tutto questo ci dà la patente da professionisti, ma se usiamo Photoshop diventiamo subito degli ignobili falsari? Non è più utile confrontarsi con quello che l’autore vuole comunicare, indipendentemente dagli strumenti che usa?

Se uno vuole mistificare la realtà può farlo anche senza ricorrere a Photoshop. E di falsi più o meno gravi, è piena la storia della fotografia.

Per vedere i più clamorosi basta visitare Photoshopdisasters o andare nel sito del dipartimento di scienze informatiche del Dartmouth College , che ha sviluppato diverse utility per scoprire i fotomontaggi.

C’è di tutto. Il ritratto di Abraham Lincoln con il corpo di un altro, la copertina del National Geographic con le Piramidi avvicinate, la sigaretta cancellata dalle mani di Paul McCartney sulla copertina dell’album Abbey Road, la lacrima aggiunta sulla faccia di Ronald Reagan, la pancia ritoccata di Sarkozy.

I “falsi” consentiti da Photoshop sono diventati anche oggetto di un’azione di adbusting. Un gruppo di artisti berlinesi del FTcrew hanno attaccato sui poster pubblicitari di Britney Spears, Leona Lewis e Christina Aguilera elementi dell’interfaccia di Photoshop per sensibilizzare i passanti sui falsi miti che un fotoritocco esagerato può creare.

Bella performance, ma siamo proprio sicuri che rendere più liscia la pelle della signora Spears sia un peccato mortale?

marcello mencarini / panorama.it del 01.03.2010