Siamo tutti bugiardi?

La pagina di Petapixel con i particolari delle Foto di Mary Ellen Mark e Souvid Datta.

“Ma l’ultima immagine che riporto indietro dall’isola di Bani Shanta mi rasserena un poco. È l’apparizione di una splendida, giovane signora che corre a piedi nudi lungo l’argine come fosse una passerella, svelta e leggera e con le braccia distese come ali, e non finisce mai di correre…”
Ettore Mo chiudeva cosi nell’agosto 2012 un articolo pubblicato dal Corriere della Sera sulle «cow pill», steroidi usati in Bangladesh per rendere più formose bambine di 11 anni destinate alla prostituzione.
Siamo proprio sicuri che quella signora, Mo l’abbia vista in quel momento e non il giorno prima o magari mai e l’abbia solo immaginata  per creare un contrasto con lo squallore che aveva descritto in quell’articolo?
Poco importa. Nessuno se lo chiede, a nessuno interessa e anche se fosse tutta finzione nessuno griderebbe allo scandalo.
Perché allora qualunque minima alterazione di una fotografia ci fa pensare all’alto tradimento della verità?
Non parlo dei falsi, di cui è piena la storia della fotografia, creati per condizionare il pensiero, la politica, l’economia e che vanno condannati senza appello. Penso alle piccole modifiche che servono solo a rendere più efficace il messaggio, alle furbate di Steve McCurry, al “cecchino” di Paolo Pellegrin e, adesso, a “In the Shadows of Kolkata” di Souvid Datta che con una goffa operazione di mashup ha aggiunto una donna rubata da una foto di Mary Ellen Mark a una sua immagine di un bordello di Calcutta.
Lo so, ha sbagliato, non doveva farlo, siamo tutti indignati, soprattutto noi di una generazione che ha creduto nel reportage “quello vero” , ma tornare indietro è impossibile. Ormai dobbiamo rassegnarci al pensiero che la fotografia non è un testimone incontestabile della realtà, come credevamo quando era difficile taroccare le foto. Non lo è, forse non lo è mai stata e, sicuramente, non lo sara più. Oggi dobbiamo concedere alla fotografia la possibilità di mentire, la stessa che permettiamo alla scrittura, al giornalismo. Se cerchiamo l’obiettività non ci restano che le telecamere di sorveglianza.